1. La realtà e la scrittura

Ciò che del mondo reale può essere ‘afferrato’, si presenta sempre nelle forme mediate e secondarie di una proposizione sul mondo. D’altra parte, il mondo acquista la possibilità di significare, poco importa se qualcosa o nulla, soltanto trasformandosi in una serie di segni coinvolti in una rappresentazione che lo raffigura interpretandone l’angolo di incidenza verbale anziché rifletterne l’immagine. Disegno, destino circolare e di ragguardevole sostanza aporetica che si rinnova ogniqualvolta il soggetto sia portato a confrontarsi con l’esistenza dell’alterità, nel corso della relazione oggettuale o interpersonale così come lungo la china della conoscenza interiore. Percepita, vissuta o pensata, nessuna realtà giunge mai intera alla parola, modificandosi e infine smarrendo la propria talqualità lungo il ramificato percorso della verbalizzazione: “Le mot me donne ce qu’il signifie, mais d’abord il le supprime” . È questo il motivo per il quale la scrittura, mossa dall’aspirazione a raccogliere e a fermare l’essenza delle cose, è manifestazione per eccellenza frammentaria: tanto più frammentaria quanto più sarà in grado di approssimarsi all’essenziale. Meglio che altrove tali prerogative affiorano esaminando l’insieme delle scritture letterarie, soggette sia alla dispersiva seduzione del mutevole sia alle prove di forza imposte dall’esigenza di alleviare il contenuto di caducità insito nella mutevolezza. Duplice e decisivo condizionamento, che istituisce la letteratura come un’esperienza e insieme come una risemantizzazione, sebbene spesso involontaria, del limite. La corrispondenza tra il mondo e il linguaggio, comunque perseguita, è perciò preordinata all’imperfezione, a ri-velarsi quale frammento di un intero che, dal canto suo, non ha altra esistenza eccetto quella di un artificio di inequivocabile derivazione analogica. Nello spazio congetturale dell’analogia, notoriamente, la differenza incalcolabile di uno stare-per qualcosa che manca, e che può restare soltanto in quanto mancato, esprime appieno la propria vis derealizzante. Aprendo all’esistenza della figura, alla sua ulteriorità. “Le débris de” : sono le estreme ma non conclusive parole di Glas, del quale riprendono l’abrupta intonazione iniziale. Parole che rappresentano-e-sono, per Derrida come per Blanchot, il non finire, l’ordinario non partecipare a quest’ordine del movimento della scrittura. Poiché l’insistenza del residuo e la sua inaggirabilità tratteggiano il tipico orizzonte del senza fine e del senza inizio, ovvero di quel che ancor sempre resta da fare una volta avvenuta l’interruzione rispetto al reale e realizzatosi, per suo tramite, un accesso alla discontinuità, genesi permanente e ratio dell’opera, di qualsiasi fattura. Residui, frammenti, pezzi di mondo come càpita di ritrovarne dopo un disastro, privo d’altronde di un epicentro accertabile.

2. Del frammento

Perché il frammento? Perché ogni singola cosa – e si direbbe il tutto – è quantomeno toccata e scompaginata, distolta dall’aderire a se stessa, in virtù della pervasiva forza d’attrazione esercitata dall’orbita dell’alterità.. A tal punto che nessuna idea, nessun simulacro di compiutezza ne risulteranno veramente indenni. Se la logica (la tauto-logica?) del rispondere, una volta applicata a domande come questa, si mostrasse di qualche aiuto, se la risposta, qui e sempre, non consistesse in una replica obbligata ed obbligante di quell’impossibile di cui ogni domandare è immemoriale contrassegno, un indizio di adeguatezza potrebbe scaturire dall’obliqua verità tenuta in serbo da affermazioni consimili, anch’esse senza rimedio marcate dalla medesima orbita che intenderebbero descrivere. Naturalmente votata a fallire, infatti, è la ricerca di prove inconfutabili della loro pertinenza, un fallimento che, del resto, colpisce anche il tentativo di confutarne l’urgenza e la liceità. Per quanto accurate, le definizioni e le descrizioni, nel cartografare l’oggetto al quale si rivolgono, hanno l’effetto di innescarne la sparizione: è soltanto dalla messa in parentesi del tutto, instaurandosi allora quale realtà frammentaria, che qualcosa – qualsiasi cosa, e dunque anche l’entità egualmente vaga denominata il tutto – compie qualche passo sul cammino dell’espressione. Esprimere qualcosa, ovviamente, non vorrà dire in alcun modo esaurire né portare a compimento checchessia; l’impiego del linguaggio è anzi, della frammentazione, l’emblema meno equivoco, sebbene disatteso al pari di tutto quanto suole presentarsi sotto le spoglie imbarazzanti dell’evidenza. La parola piena ed esaustiva, in tal senso, è forse nient’altro che la parola del non ancora, quella parola costitutivamente a-venire che la prospettiva frammentaria, polarizzando larga parte della produzione di Blanchot, non cessa di indicare quale esigenza lontana dal trovare concreto adempimento – nessuna metodologia, nessun sistema, per quanto raffinati, sarebbero in grado di soddisfarla - ma che tuttavia non può essere sottaciuta né realisticamente ignorata. Parola a-venire, parola abissale perché inabissata in ogni detto, latenza permanente del dire affidato alla scrittura e alla sua tipica “esigenza frantumante” . Parola portatrice di inattese simmetrie, dal momento che il suo frammentario accadere provoca, proprio come avviene nella dimensione onirica secondo l’insegnamento di Matte Blanco, la perdita di significatività di innumerevoli linee di demarcazione, l’abbattimento di molte distinzioni di servizio e dell’armamentario di certezze che da esse derivano. Tantoché non è affatto agevole intendere a che cosa un frammento si opponga né da che cosa realmente si differenzi, specie quando si consideri che, come afferma Blanchot rileggendo Nietzsche, “il frammentario non precede il tutto, ma si dice al di fuori del tutto e dopo di esso” . Certo, e malgrado le apparenze, il frammento non potrà essere direttamente contrapposto al profilo ontologico del sistema, di cui esso, piuttosto che l’antitesi assoluta , è l’ambigua cellula-madre variamente metabolizzata, in ragione del fatto che ogni dispositivo sistematico è sotteso dall’energia destabilizzante di spinte allotrie e centrifughe, ovvero perché “l’exigence fragmentaire fait signe au Système qu’elle congédie (comme elle congédie en principe le moi auteur) sans cesser de le rendre présent” . Molto prima di occuparsene diffusamente nella Écriture du désastre, Blanchot già accennava a questa dinamica in relazione a Sade e alla sua intensa “passione per i sistemi”, sfociante in un insieme di precetti esposto di continuo al rischio dell’autocontraddizione, dal momento che i suoi pensieri teorici liberano in ogni istante le potenze irrazionali alle quali sono legati: queste potenze a loro volta li animano e li sviano con una forza tale che i pensieri vi resistono e vi cedono, cercano di dominarla, la dominano in effetti, ma vi riescono solo liberando altre forze oscure, che di nuovo li trascinano, li deviano, li pervertono . Ma neppure l’intero, che soltanto il linguaggio ha la facoltà di descrivere e far-essere, sembra davvero situarsi ai suoi antipodi. Poiché dell’intero l’esistenza del frammento, all’incirca come “la poussière nous montre qu’existe la lumière” , offre per contrasto una delle migliori riprove. D’altra parte, per riprendere un’annotazione di Calvino, “oggi non è più pensabile una totalità che non sia potenziale, congetturale, plurima” . Anche sul piano della progettualità letteraria, come si desume da un interessante autocommento, la propensione all’opera chiusa e in sé interamente risolta è portatrice di connotazioni di ben altro segno, poiché, afferma Calvino, chiusura e calcolo sono scommesse paradossali che non fanno che indicare la verità opposta a quella rassicurante (di completezza e di tenuta) che la propria forma sembra significare, cioè comunicano il senso d’un mondo precario, in bilico, in frantumi . L’intero, e così ogni incarnazione della compiutezza, sono in definitiva paragonabili ad alberi nel bosco del linguaggio, alla parte emersa e visibile di un iceberg: ciò non solo a motivo dell’ovvia relatività dei punti di vista e di valutazione, bensì a causa dell’investimento prettamente finzionale che tali nozioni, al pari di qualsiasi altra costruzione concettuale, non possono non comportare. Finzione dell’uno, là dove a regnare è la dissonanza irriducibile del molteplice. La dissonanza, lo stridore: fenomeni che si sottraggono alla con-certazione, eludendo la catarsi di una soluzione armonica. O di qualsivoglia soluzione. Allo stesso modo di un grido, il frammento genera frammenti. Deposta l’ambizione di consolidare il cammino conoscitivo in un sapere sistematico e autosufficiente (“Nous devons passer par ce savoir et l’oublier”, scrive Blanchot nella Écriture du désastre) , chi compone frammenti - da Eraclito a Pascal, dai Romantici tedeschi a Nietzsche, da Char a Jabès - non bada alla conservazione del già detto ma piuttosto a rianimare le possibilità che nel dire sono state soltanto intraviste o sfiorate: possibilità debitrici, come leggiamo a proposito del Livre des questions di Jabès, di quelle “puissances d’interruption par lesquelles ce qui se propose à l’écriture (le murmure ininterrompu, cela qui ne s’arrête pas), doit s’inscrire en s’interrompant” . Il punto di partenza frammentario risiede in una consapevolezza negativa, di ardua sostanza etica prima ancora che letteraria, concernente il fatto che, in linea di principio, “la parole ne suffit pas à la vérité qu’elle contient” , toccandole anzi in sorte di reiterare indefinitamente le attestazioni della propria insufficienza. Un punto di partenza che, identificandosi né più né meno con lo spazio del dicibile, è al tempo stesso una meta di continuo aggiornata. Caratteristica, quest’ultima, che forse è in grado di motivare anche l’incontrollabile proliferazione tipica della scrittura frammentaria, ossia di una scrittura che a sua volta non basta a se stessa, rimandando sempre ad un supplemento posto al di là del suo materiale compimento, all’irriducibilità di un differire non soltanto tematizzato ma concretamente subìto . Sembrano direttamente rifarsi a questa situazione le celebri variazioni consegnate alla pagina d’apertura de L’espace littéraire. Non è senza decisive conseguenze che lo sguardo di Orfeo, il testo che ne porta il titolo ma anche l’ampia risonanza dell’episodio mitologico a cui esso si ispira, costituiscano per Blanchot il centro d’attrazione dello spazio letterario, di questo suo libro cruciale così intitolato nonché delle esperienze espressive e ontologiche proprie di questa dimensione. Un centro acrobaticamente definito (ma lo stesso atto del definire è qui insidiato in maniera per molti versi istruttiva) nei termini di un’entità figurale non pas fixe, mais qui se déplace par la pression du livre et les circonstances de sa composition. Centre fixe aussi, qui se déplace, s’il est véritable, en restant le même et en devenant toujours plus central, plus dérobé, plus incertain et plus impérieux . Una delle verità del mito di Orfeo – come tale, come negazione del logos, il mito ne possiede sempre più di una, parla sempre più di una lingua – sta proprio nell’andare in pezzi, ossia nel caos in cui, non troppo diversamente dal mito di Dioniso, esso si disarticola e si prolunga, favorendo la dispersione e, parallelamente, il tramonto del vincolo finalistico, l’una e l’altro ribaditi da qualsiasi presa di parola, inclusa la più innocente. Grazie al suo incessante debordare da sé, il potente punto di mira orfico si converte in un non meno intenso punto di fascinazione. Resistendo a ogni riduzione utilitaristica, esso descrive una circolarità problematica toto caelo assimilabile a quella che Heidegger e Gadamer individuano quale costante strutturale del movimento ermeneutico: anche per Blanchot, in effetti, “chaque fois que la pensée se heurte à un cercle, c’est qu’elle touche à quelque chose d’originel dont elle part et qu’elle ne peut dépasser que pour y revenir” . Il centro di questo cerchio è dunque un centro insieme mitico e fortemente demistificato (“Il faut toujours rêver sur Prométhée, sur Orphée; et on peut aussi s’intéresser à Sisyphe” ) al quale sembra legittimo far risalire l’allure problematizzante della scrittura blanchotiana, giacché in esso convergono e confliggono, giusto all’opposto dell’irenica ricomposizione ravvisabile nel mandala, l’estasi casuale del ritrovamento e la crisi della perdita, l’oltranza della pulsione euristica e la fatale, frammentaria inesaustività implicata nella concretezza del compimento. Istanze e stati di cose divaricatissimi alla cui rilevanza Blanchot non intende rinunciare, di cui intende testimoniare fuori dagli allettamenti della sintesi e anche a costo di sacrificare (il che non di rado avviene) il tradizionale assetto argomentativo della pagina critica. Scaturisce di qui, da questa attitudine incoercibile, la piena pertinenza frammentaria della sua poetica e degli esiti del suo operare: piena e per nulla accidentale, se è vero che Il frammentario si enuncia forse nel modo migliore in un linguaggio che non lo riconosce. Frammentario: che non vuol dire né il frammento, parte di tutto, né il frammentario in sé. L’aforisma, la sentenza, la massima, la citazione, pensieri, temi, cellule verbali, sono forse più lontani da esso che il discorso infinitamente continuo che ha come contenuto “la propria continuità” . Come il grido al grido, ciò che accomuna frammento a frammento esula dalle costrizioni dell’unità. Una raccolta, una drammaturgia di frammenti non si traduce mai in una somma, in un intero. Tra le parti che compongono una sequenza frammentaria non esistono vere saldature ma, semmai, una sorta di tacita solidarietà, un’affine piegatura ontologica che, nel segno dominante dell’inespresso e trascorrendo di bianco in bianco, richiama piuttosto la condizione estrema di un non poter fare altrimenti, le risorse disorientanti perché disorientate di chi sa (e accetta) di esserne affatto sprovvisto: “la parole fragmentaire est toujours d’une certaine manière la voix du dernier homme, parole eschatologique, voix prophétisant pour et dans ‘l’absence de temps’” . Situazione estrema che, quando riconsiderata dall’angolatura dischiusa da una calzante osservazione di Carlo Emilio Gadda, svela il bruciante rovescio della scrittura frammentaria o forse il suo stigma originario. Poiché, scriveva l’autore del Pasticciaccio, Chi ha da fare, o presume di aver da fare, con la totalità giunge sempre ad un punto ove è forza confessare “Hic nequeam consistere” . Non v’è puntuale corrispondenza, non v’è forza di legge che unisca una parola alla ‘sua’ cosa. Poiché non c’è cosa della parola che, a conti fatti, non riporti al dominio di altre parole. Lo stesso fenomeno si riscontra a proposito del reperimento di legami garantiti tra parola e parola, tra frase e frase, ovvero di accorgimenti di coesione testuale in grado di reggere l’impatto di uno sguardo prospettico, libero dalle ricorrenti illusioni di un ordine ideale. Forte è la tentazione di scorgere nel frammento l’immanenza dell’illimitato, la potenza della virtualità intercettata nel suo passare all’atto, ma senza occultarne il quoziente di disordine – le altre voci, gli altri sensi - implicato in tale passaggio. Disordine, ostensione di debolezza (“Pensieri deboli, desideri deboli: ne sentiva la forza”) e di precaria coesione senz’altro responsabili dell’imbarazzo e altresì della gêne più volte espressi nei confronti del frammento e della sua acritica diffusione . Al contrario, non sembra un azzardo vedere nella condizione frammentaria la condizione naturale e naturalmente artificiosa della scrittura, considerata nel suo negarsi all’interezza di un progetto così come alla regolarità di un’attuazione forzosamente consequenziale. Condizione frammentaria che è inoltre un aspetto cruciale della lettura, dal momento che, oltre a collegare gli atomi disseminati del senso, “toute lecture est peut-être, aussi, et simultanément, acte de dé-lire et de dé-liaison, acte de fragmentation, de sélection” , direttamente confluendo nella più ampia dimensione antropologica dell’ermeneutica. L’interpretabile ha precisamente la medesima (mai per intero percorribile) estensione della realtà, non distinguendosi dai modi possibili della sua percezione. Puntando in direzione di “un espace où, à proprement parler, rien n’a encore de sens, vers quoi cependant tout ce qui a sens remonte comme vers son origine” , la lettura provoca l’irreversibile frantumazione delle realtà a cui si rivolge, dando luogo alla puntuale metamorfosi dell’essente nell’interpretato. La parola letteraria, che del leggere è prolungamento ed eco, custodisce la nostalgia di quel continuum che senza rimedio infrange, mimandolo nell’incontrollabile mitografia del testo. Frammentaria è altresì, e non potrebbe essere altrimenti, la naturale qualificazione della parola critica. Al modo di un’erba infestante essa appare radicata in una netta separazione dalle ipostasi dell’intero, situandosi giusto nel vallum abissale designato da un tra e alimentandosi di un inappagato e tuttavia non estinguibile desiderio di ricongiunzione. Capace di accogliere l’informe e il disparato tradendoli meno di ogni altra trascrizione possibile, il frammento, cui è dato resistere all’incombere del cortocircuito concettuale volgendone a suo favore la forza d’urto, costituisce forse la modalità peculiare dell’ermeneutica di Blanchot, la chiave di volta della sua poetica critica e creativa. Il frammento, ovvero il senza-forma prescritta, il senza inseparabile da una rapsodica modalità produttiva che, anticipando qualsiasi determinazione finalistica, racchiude in sé il primario impulso dinamico del costruire: angolatura attitudinale e conoscitiva che felicemente si accorda alla vocazione sperimentale delle scritture saggistiche. Non è chi non avverta il sentore paradossale aleggiante nell’impegnativa pertinenza di questa ipotesi. Le particolarissime geometrie del frammento, diversamente da quelle dell’aforisma, hanno infatti ben poco a che vedere con le geometrie euclidee: della loro consistenza non Euclide, ma semmai Epimenide il mentitore, è il nume tutelare, mentre la loro parola d’ordine sarà un insistito non è tutto, uno scettico c’è dell’altro pronunciato a sconfessione dell’abbacinante prestigio del compiuto. La verità ambigua insita in un paradosso non è liquidabile alla stregua di una boutade, né il suo manifestarsi sconfina, come si sarebbe tentati di credere, nella gratuità. Il paradosso spezza la quiete, sconvolge gli equilibri comunemente accettati. Eppure, non sembra esservi risorsa più idonea di quella paradossale per avvicinare il modus operativo blanchotiano, che sorge dalla tensione fra il continuum dell’esperienza di lettura (egualmente rivolta al mondo e ai testi) e la qualità non prescrittiva, esposta al flusso di ulteriori approssimazioni, di una ricerca critica che costantemente eccede i propri obiettivi contingenti. Ricerca soprattutto, anche se non esclusivamente, declinata quale accompagnamento della parola e del pensiero altrui, dunque nei modi di un assecondare che non si arresta di fronte alla puntuale necessità di perdersi pur di ritrovare e rinnovare la vicenda del senso tenuto di mira. Concernendo in primo luogo la scrittura, al di là di ogni distinzione settoriale, l’eventualità del ritrovamento equivale infatti a un possesso dei più precari, bisognoso di sempre nuove, peraltro irreperibili conferme. Di sempre nuove ricerche. Così, misurandosi con l’opera di Celan, che ha rappresentato uno dei più ardui banchi di prova per il pensiero critico del secondo Novecento (basterà rammentare, in proposito, le letture di Szondi, Gadamer e Derrida), Blanchot enuncia con chiarezza la sobria opzione ermeneutica che caratterizza il suo ascolto del poeta di Cernovitz: ci scegliamo un compagno: non per noi, ma per qualcosa che è in noi, e al tempo stesso fuori di noi e ha bisogno del nostro venir meno a noi stessi per attraversare la linea che noi non raggiungeremo . E ancora, immaginando Foucault, e soffermandosi sulla celebre e fortemente consentanea abolizione dell’istanza soggettiva da lui patrocinata, egli puntualizza come Il soggetto non sparisce: è la sua unità troppo determinata che diventa discutibile, poiché ciò che suscita interesse e ricerca è in realtà la sua sparizione (vale a dire questa nuova maniera di essere che è il non esserci più) o ancora la sua dispersione che, ben lungi dall’annientarlo, non fa che offrirci una sua pluralità di posizioni e una sua discontinuità di funzioni Discontinuità che nell’opera di Blanchot indica l’aspirazione della parola critica a serbare il movimento fondante di un pensiero che, differendo la determinatezza (e fors’anche la determinabilità) di una meta, cerca e interroga giungendo in ultimo a suscitare l’ignoto e l’estraneo in “un rapporto d’infinità” e a rammentarne la destabilizzante presenza anche in seno alle circostanze più familiari e dozzinali. Poiché ciò che la parola critica deve affrontare non è semplicemente l’in sé di un oggetto, poco importa se estetico o materiale, bensì il qualcosa e il quasi-nulla di un divenire relazionale, di un essere tra-l’altro che impedisce il passo spedito di chi è animato unicamente dal desiderio di raggiungere ed afferrare, alla sua risolutezza contrapponendo l’attenzione svagata, la voluttà digressiva e altrimenti conseguente di colui che cor-risponde al richiamo di tutto quanto resta escluso dal fluire assordante dei discorsi, ma non senza lasciarvi profonda traccia della propria assenza: lacune, béances, brandelli di accadimenti irrealizzati nonché semplici incrinature nella compattezza del risaputo. Il labirintico incedere del pensiero di Blanchot si mantiene in una stretta, rigorosa dipendenza dal fascino dell’impossibile, in cui risiede la sua più alta posta in gioco. Perseveranza che mette a nudo la necessità di “pensare l’impensabile” quale “destinazione più propria del pensiero” , cioè di portare il pensiero sino ad un passo dalla sconfessione, anch’essa necessaria, dei suoi tradizionali poteri, così da consentirgli di tener testa alla polimorfa, mai sopita urgenza dell’indeterminato. Una volta accoltane la radicalità, questa urgenza si prolunga nell’abbozzo di una nuova, naturalmente discontinua eventualità del pensiero, identificandosi con un suo non dialettico ed oltrepassante inveramento.